Il momento siriano di Obama

Le famiglie barbaramente sgozzate o torturate a morte nei modi più crudeli nella città di Homs dai lealisti di Bashar el Assad – con tanto di brutale ricorso ai filmati: alcuni mostrano resti di bambini bruciati vivi – portano la repressione siriana a un livello ulteriore in termini umanitari e politici. L’Amministrazione americana sta monitorando con un misto di disgusto e preoccupazione le notizie. Leggi C’è l’accordo segreto tra Teheran e Washington: Assad ha i giorni contati di Pio Pompa - Leggi Perché la guerra in Siria si sta spostando verso il nord - Leggi Il soldato pazzo e il conto della guerra di Daniele Raineri
17 AGO 20
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New York. Le famiglie barbaramente sgozzate o torturate a morte nei modi più crudeli nella città di Homs dai lealisti di Bashar el Assad – con tanto di brutale ricorso ai filmati: alcuni mostrano resti di bambini bruciati vivi – portano la repressione siriana a un livello ulteriore in termini umanitari e politici. L’Amministrazione americana sta monitorando con un misto di disgusto e preoccupazione le notizie di un nuovo attacco delle truppe governative a Idlib, ennesima estensione delle operazioni di repressione che sono ormai la regola a Hama, Homs e Rastan. All’incontro del Quartetto per il medio oriente il segretario di stato americano, Hillary Clinton, ha detto che la comunità internazionale “non può rimanere silenziosa di fronte a un regime che massacra il suo popolo” ed è arrivato il momento in cui tutte le nazioni, “anche quelle che hanno bloccato finora i nostri sforzi” – Russia e Cina, ma Clinton non li ha citati – “si uniscano all’approccio politico e umanitario dettato dalla Lega araba”.
Il segretario di stato ha ricordato anche il “cinismo” di Assad, che dava ordine alle sue truppe di massacrare civili anche mentre l’inviato di Onu e Lega araba, Kofi Annan, gli chiedeva di persona di fermare la carneficina. Gli oltre cinquanta cadaveri trovati nelle fosse di Homs dai ribelli – una dozzina di corpi sono stati identificati, fanno sapere – sono l’ultima propaggine di uno scontro che ha fatto almeno 8.000 morti in poco meno di un anno e l’Amministrazione Obama si trova a dover gestire una crisi senza fondo. L’indicazione che arriva dai ranghi diplomatici e militari di Washington è quella di stare fuori dal conflitto – l’intervento aereo proposto dal senatore John McCain è fuori dal radar politico di Obama – e di non armare i ribelli, ma di continuare sulla via, finora improduttiva, della pressione internazionale. La situazione in Siria aggiunge un’ombra all’immagine e alla sostanza del commander in chief Obama, stretto fra conflitti incipienti e pericolose manovre di ritiro.
La serie di incidenti che sta accompagnando la graduale ritirata dei soldati dall’Afghanistan, dal rogo dei corani ai rapporti impossibili con l’esercito di Hamid Karzai fino alla strage di civili compiuta da un solitario sergente accompagnato soltanto dall’ubriachezza e da chissà quali altri pensieri, è un nodo irrisolto per il presidente. Eppure a Obama la diminuzione della presenza americana nel mondo appariva come la più sicura e popolare delle agende politiche, tanto che la Casa Bianca ha fatto di tutto per presentare la strategia obamiana come il giusto ritorno alla sobrietà dopo la sbornia bushiana e neocon. La realtà è più complicata di così. I nemici sono ringalluzziti da una presenza americana che porta la data di scadenza e la diminutio economica e morale decretata dai tagli al budget del Pentagono ha scosso le catene di comando; il senso, popolarmente diffuso, secondo cui i militari non sono l’avamposto dei valori bensì il freno dello sviluppo domestico non contribuisce a dare sicurezza all’Obama di guerra. E anche quello di pace ha le sue preoccupazioni.